Alla scoperta del “Re Vin”

In quel di Nalden, Aldeno nella lingua italiana, c’era una volta, così iniziano le favole, ma non solo quelle.

Quindi c’era una volta in questa valle dove passava la strada romana Claudia Augusta Padana, la coltivazione della vite, sembra che la zona fosse proprio vocata alla vigna, forse per questo una vecchia vite rampicante dall’enorme tronco è ancora lì a ricordare la vita di un tempo, la vite di un tempo?

la valle di Aldeno

In questa favola, che ormai arriva ad oggi, io includo una famiglia che ho conosciuto nel mondo del vino, già non poteva essere altrimenti. Paolo Malfer nel 1982  dopo anni di verifiche e prove con cui ha perfezionato le tecniche di produzione studiate sui libri di scuola, decide di fondare Revì, azienda vinicola che trova nelle bollicine la propria ispirazione. Secondo la leggenda, come abbiamo detto, questa zona era vocata alla coltivazione di una vite dalla quale si otteneva un vino superiore, regale: il “Re vin”, Revì.

Papa, mamma e due figli, tutti ora sono con le maniche arrotolate a continuare questa ispirazione che ha portato in pochi anni all’aumento non solo delle bottiglie, alla creazione di varie linee e alla costruzione di una bella cantina in cui poter fare gli assaggi dopo aver visitato gli impianti delle viti.

TrentoDoc, bollicine trentine, fini, raffinate vere perle nel bicchiere, solletichio dolce nel palato, piacere di bere un frutto di grande lavoro. Sono vini che, come da disciplinare del “metodo classico” dopo la fase dell’imbottigliamento, al vino viene aggiunto il liqueur de tirage, uno sciroppo composto dallo stesso vino, da lieviti selezionati e zucchero di canna. All’interno delle bottiglie, chiuse con un tappino “bidul” e un tappo a corona, avviene la fase della presa di spuma, durante la quale i lieviti trasformano gli zuccheri in alcol e anidride carbonica. Da quel momento sono le bottiglie a creare il miracolo restando lì a pensare, a far trascorrere il tempo che deve metterci del suo per ben amalgamare il tutto sino a raggiungere il momento in cui ecco, la mano dell’uomo, ancora una volta,  comincia a ruotarle con sapienza nella fase del remuage. Tutte ben allineate sui pupitre ( appositi cavalletti) a capo in giù, girando su se stesse fanno scendere fino al collo i lieviti rimasti non ben amalgamati che si depositano contro il tappo. Devo dire che è un evento quello del remuage che mi ha sempre incantato, quante mani, quanta precisione, e quanto lavoro, specie se fatto a mano.

sboccatura

Ma la sboccatura… si la sboccatura, quando il gelo rende la parte del collo della bottiglia inerme al volere dell’uomo, che ha preso una posizione chiara nei suoi confronti, la vuole con un liquido  limpido ed allora, togliendo il tappo la pressione che si era formata all’interno fa spruzzare di forza quello che lo rendo opaco, quasi sporco e… voilà  si passa al rabbocco. Già ora a seconda dell’aggiunta di vino e zucchero o solo vino si determina la tipologia del Trento Doc: da dosaggio zero a dolce. La magia è compiuta. Ah il vino, che esperienza, e in questa famiglia la passione non manca, specie a Giacomo conosciuto giovane ragazzo ancora studente che amava tanto il suo prodotto da venire con noi nelle nostre gare di golf a parlarne ai giocatori.

Non bastava far loro assaggiare queste sue delizie, aveva persino imparato a aprire le bottiglie in maniera golfistica. Già un metodo divertente, meglio scenografico quello del sabrage, cioè la tecnica per aprire le bottiglie di champagne o bollicine con una sciabola (sabre in francese),usata solitamente come cerimoniale. La sciabola viene fatta scivolare lungo il corpo della bottiglia verso il collo. La forza della lama che colpisce il labbro del collo è sufficiente per rompere il vetro e separare di netto il collo dal collare che, insieme con il tappo, viene sparato via. Beh Giacomo lo faceva con il mio putter e, devo dire che i telefonini erano tutti là a riprendere l’evento. Il liquido riempiva quindi i bicchieri mostrando le sue finissime perle e veniva finita a gran velocità!

Ora, passati un po’ di anni, laureato in marketing d’impresa all’Università di Trento e con l’aggiunta di una specialistica internazionale a Verona porta con il suo grande entusiasmo n giro per il mondo i suoi prodotti, che ha anche innovato inserendo un Trento Doc biologico al quale ha voluto dare un nome famoso, Paladino, ritenendolo il difensore del territorio. Un TrentoDoc che è tutto diverso non solo nel prodotto ma anche nella confezione: «Viene commercializzato in un sacchetto di cotone naturale riutilizzabile, abbiamo tolto l’uso della carta e della colla anche per l’etichettatura che viene serigrafata su ciascuna bottiglia sia con il loro logo che con la contro / etichetta. Abbiamo eliminato il poli-lamellato sostituendolo con i cartocci della pannocchia di mais chiusa non con il filo di ferro ma con una “strepa” (il vimine che si usa per la legatura dei tralci delle viti a primavera)» Beh papa Paolo aveva pensato il dosaggio zero già ventanni fa, quindi non meravigliamoci se questo ancor piccolo ma grande produttore ci fa assaggiare  il suo ultimo Il Cavaliere Nero un rosé gourmand, non da aperitivo solamente ma da pasto.

Trento Doc Riserva Cavaliere Nero Rosé Extra Brut 2010, un Pinot nero in purezza, commercializzato da poco, la sboccatura è 2017, forte di 70 mesi di afffinamento sui lieviti, dosato a 4 grammi litro di zucchero.

 

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